Origine e Storia della Lingua Italiana: dal Latino all'Italiano

Pubblicato in: Comunicazione

Il Passaggio dal Latino all'Italiano

Prime Fasi

Il latino si diffuse praticamente su tutto l'Impero romano, quindi su un territorio vastissimo. Le popolazioni conquistate avevano già una loro lingua, ma impararono volentieri il latino, anche se i Romani non le obbligavano ad usarlo.
In questo modo il latino venne parlato in tutto il mondo conosciuto, ma, contemporaneamente, venendo a contatto con altre lingue, subì non poche alterazioni.
La disgregazione dell'unità dell'Impero ebbe come conseguenza la disgregazione del latino: ogni provincia ha ormai un suo latino, diverso in poco o in molto da quello di Roma. L'istituzione di una seconda capitale imperiale a Bisanzio consentì infine di distaccarsi definitivamente da Roma sviluppando contemporaneamente una propria lingua.
La nascita del Papato nello stesso periodo introduce nell'Impero un ulteriore disgregazione che si completa anche a livello linguistico con l'inserimento delle popolazioni cosiddette barbare provenienti dal nord dell'Europa, ciascuna con una propria lingua, con proprie abitudini e costumi.

Le Lingue Cambiano

Una lingua non è mai chiusa in sé stessa, ma ha sempre contatti con l'esterno. Come le altre, anche la nostra lingua è ed è stata aperta a ricevere elementi provenienti da altre lingue che l'hanno arricchita e completata.
In particolare una lingua può prestare ad un'altra, con la quale si è trovata a contatto, parole che indicano oggetti, prodotti, materiali utilizzati dai parlanti stessi.
In passato è stato questo il caso delle influenze arabe o germaniche nella lingua italiana, mentre attualmente utilizziamo un certo numero di vocaboli provenienti da paesi più avanti in certi campi tecnologici. Così nel campo dell'aviazione, dell'ingegneria, dell'elettronica, notevole è l'influenza della lingua inglese, mentre nel campo della moda e della gastronomia è preponderante l'uso di parole francesi.
Tutto ciò non porta come alcuni credono alla corruzione e alla distruzione della lingua; porta invece ad un arricchimento delle nostre possibilità di esprimerci permettendoci di essere sempre più adeguati nel parlare e più esperti nel capire.

Parole Venute da Paesi Stranieri

Molte sono le parole entrate a far parte del lessico comune dopo la caduta dell'Impero Romano in seguito alle invasioni ricorrenti di popoli di cultura e quindi di lingua diversa.
I Germani che calano in varie ondate in Italia portano parecchie parole che entrano nel parlato popolare e quindi nella lingua italiano, rimpiazzando talvolta parole latine.
Gli Arabi hanno invaso e dominato a lungo alcune zone della nostra penisola; essi inoltre avevano rapporti commerciali e culturali (soprattutto scientifici) con le popolazioni italiche. Parecchie parole arabe sono entrate, così, a far parte della nostra lingua.
La lingua italiana ha subito inoltre l'influenza di lingue quali lo spagnolo, il francese, l'inglese, che, pur essendo lingue derivate in tutto o in parte dal latino, avevano sviluppato un proprio lessico e una propria struttura.

Schede di lavoro

Scrivi il significato delle parole di origine straniera che usi di più.

Alcune parole di origine non latina

Germani Arabi Francesci Spagnoli Inglesi
Guancia Melanzana Allarmante Etichetta Reporter
Stecca Ammiraglio Cabaret Recluta Leader
Albergo Magazzino Amulanza Flemma Boss
Guardare Alambicco Grammo Floscio Hostess
Grattare Limone Ragù Grandioso Jet
Stinco Cotone Sciampagna Parata Spray
Sguattero Ricamo Pattinare Puntiglio Basket
Guardia Algebra Marciapiede Disinvoltura Toast
Guerra Zero Cretino Posata Corner
Scaffale Arsenale Baionetta Brio Motel
Russare Tariffa Mitraglia Quadriglia Tram
Spranga Fardello Ristorante Torrone Derby
Tregua Ragazzo Litro Guerriglia Snob
Agguato Cifra Rimpiazzare Baciamano Flirt
Guadagnare Assassino Marionetta Sfarzo Manager
Guanto Scirocco Flanella Chiglia Timer
Tregua Libeccio Scialuppa Vigliacco Computer
Ziano Zibibbo Manovra Azienda Golf
Ricco Zucchero Burocrazia Risacca Goal
Fiasco Zagara Bloccare Appartamento Jeans
Scherzare Risorsa Nostromo Week end

Mille Anni di Storia della Nostra Lingua

Tra i documenti che si riferiscono esplicitamente al passaggio dal latino all'italiano si possono citare:

  • Placito di Capua 'atto giudiziario redatto nel 960 d.C.'

    Nell'area tra la Campania e il Lazio meridionale, dopo gli sconvolgimenti sociali ed economici conseguenti alle invasioni dei Saraceni, i grandi centri monastici vollero riordinare l'amministrazione dei loro beni, cercando di rientrare in possesso dei loro territori che gli erano stati usurpati. Una di queste cause riguardò una vastissima area di circa 20.000 ettari, l'abbazia di Montecassino, fondata da San Benedetto, che un certo Rodelgrimo d'Aquino voleva recuperare dalle mani dell'usurpatore. Probabilmente, proprio l'importanza del caso indusse il giudice a far registrare le dichiarazioni dei testimoni nelle forme della loro lingua volgare. Il giudice, dopo aver ascoltato le dichiarazioni delle parti, predispose lui stesso la formula di giuramento con parole esatte, che non lasciassero dubbi a chiunque avrebbe poi letto l'atto. I tre testimoni, che deposero a favore dei Benedettini, la recitarono uno alla volta e il notaio che stese l'atto, la riportò per tre volte fedelmente nel testo della sentenza:

    "So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent'anni le ha tenute in possesso l'amministrazione patrimoniale di San Benedetto".

  • L'Iscrizione di San Clemente

    L'Iscrizione di San Clemente è contenuta in un affresco molto particolare situato nella cripta della Basilica di San Clemente a Roma. La datazione è compresa fra il 1084 e il 1100. Si tratta di una specie di "fumetto" che illustra un miracolo del santo. Nell'Iscrizione di San Clemente vi si narra che il patrizio pagano Sisinnio è convinto che Clemente abbia messo in atto contro di lui le proprie arti magiche per insidiargli la moglie, convertita al cristianesimo. L'iscrizione è stata trovata nella basilica di San Clemente a Roma: il nobile romano Sisinno ordina ai suoi servi di prendere il santo, di legarlo, e di trascinarlo per terra. Per miracolo il Santo resta libero.

    Testo in volgare che riproduce le parole dette da Sisinnio e dai servi:

    • Sisinium: «Fili dele pute, traite» (Figli di puttane, tirate!)
    • Gosmarius: «Albertel, trai» (Albertello, tira)
    • Albertellus: «Falite dereto colo palo, Carvoncelle» (Vagli dietro col palo, Carboncello).
  • Nel secolo XIII si sviluppano nelle diverse regioni italiana diversi tipi di "volgare" che prelude alla nascita della lingua italiana:
    • Il cantico delle creature composto da San Francesco costituisce una forma evoluta di volgare umbro.
    • La scuola siciliana al tempo di Federico II incentrata sul tema amoroso.
    • A Bologna e in diverse città italiane si era andato nello stesso periodo affermando l'uso di usare i dialetti nativi per scrivere versi e canzoni.

Dal Dialetto Toscano alla Lingua Italiana

Dante e il Dialetto Toscano

Agli inizi del trecento Dante compone in fiorentino la Divina Commedia un poema che, trattando di questioni scottanti nell'Italia di allora, interessò molti ed ebbe larga diffusione. In pochi decenni la divina Commedia si diffuse da un capo all'altro dell'Italia e il fiorentino arrivò anche nelle altre regioni diventando così il modello della lingua italiana.
Se un capolavoro di quel genere fosse stato scritto in un altro dialetto forse avremmo parlato il siciliano o il napoletano. C'è comunque da mettere in conto il fatto che quello toscano era restato più vicino al latino di ogni altro e quindi poteva essere compreso anche oltre i confini della regione:

  • Dialetti Toscani

    • Tempo
    • Nudo
    • Padre
  • Latino

    • Tempus
    • Nudum
    • Patrem
  • Dialetti settentrionali

    • Teimp
    • Nuu
    • Per
  • Dialetti meridionali

    • Tiemeb(e)
    • Annur(e)
    • Pat(e)

Per la sua vicinanza al latino, il dialetto toscano era quindi facilmente comprensibile a chiunque in Italia conosceva il latino: notai, giudici, preti, medici...
Questo fatto senza dubbio ha favorito grandemente il fiorentino usato da Dante nella sua ascesa da dialetto locale a lingua nazionale.
Dopo Dante il fiorentino fu usato da altri scrittori come Petrarca e Boccaccio. Tra il trecento e il cinquecento inoltre i mercanti e i banchieri toscani svolsero in tutta l'Italia attività di un certo rilievo contribuendo ulteriormente alla sua diffusione.
In considerazione di ciò alla fine del cinquecento la lingua di Dante fu considerata lingua nazionale anche se in Italia nelle diverse regioni continuava a essere parlato il dialetto locale.

In Francia, in Inghilterra era accaduta una cosa analoga: il dialetto di Parigi, di Londra divennero lingue nazionali non solo perché furono adoperati da scrittori di rilievo, ma soprattutto perché erano e sono restati i dialetti delle due città che nei rispettivi paesi erano le più importanti economicamente e politicamente e le più progredite culturalmente.
La frantumazione politica che si verificò in Italia il susseguirsi delle dominazioni straniere impedì a Firenze e a qualsiasi altre città di svolgere il ruolo di guida del paese. Anche se il fiorentino era assurto a lingua nazionale, Firenze era isolata dal resto del paese cosicché chi voleva imparare l'italiano al di fuori di Firenze poteva impararlo sui libri, ma non poteva parlarlo.
L'italiano diventò per lungo tempo la lingua delle persone istruite che erano dovunque in esigua minoranza, finché la prima guerra mondiale prima, l'avvento della televisione e la scolarizzazione di massa dopo permisero la standardizzazione della lingua italiana relegando i dialetti, che pure sussistono ancora, allo stato di lingua di minore importanza e correttezza.

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni svolse un ruolo importante nella tradizione letteraria della lingua italiana affrontando la questione della lingua sia per ragioni artistiche e religiose sia per ragioni civili e patriottiche.

  • Le ragioni artistiche e religiose sono connesse alla composizione dei Promessi Sposi. Accingendosi a scrivere il romanzo, Manzoni si pose il problema di un linguaggio che fosse chiaro semplice accessibile a tutti in quanto considerato un mezzo di elevazione morale.
  • Le ragioni civili e patriottiche si imposero in un secondo tempo, quando via via che si formava l'unità d'Italia, egli si pose il problema di una lingua comune, unica e unificante: che favorisse l'unità spirituale degli Italiani.

La lingua scritta in uso era per il Manzoni antiquata, aulica, dotta, retorica, difficile e incomprensibile per gli ignoranti. Lo scrittore italiano era perciò condannato o ad usare una lingua vicina a quella parlata, per essere vivace e moderno, col rischio di dare un'impronta dialettale alla sua opera e di confinarla nell'ambito della sua regione, oppure ad usare la lingua letteraria della tradizione, col rischio però di vedere la sua opera compresa solo dai dotti di tutte le regioni italiane, ma naturalmente ignorata dal popolo.
Occorreva perciò una lingua che fosse nello stesso tempo moderna ed unitaria: per essere moderna occorreva che fosse una lingua parlata, per essere unitaria occorreva scegliere e avere come modello una particolare lingua parlata. Per il Manzoni la lingua unitaria degli Italiani doveva essere il fiorentino, ma non quello scritto della tradizione letteraria, caro ai puristi, ma quello parlato dalle persone colte di Firenze, nei bisogni della vita pratica.

Il Dialetto non è Indegno

Per lungo tempo i dialetti furono considerati una malerba da estirpare senza considerare il fatto che la lingua italiana prima di essere tale fu un dialetto che, anche se parlato da pochi, aveva tutte le caratteristiche di una lingua.

La differenza tra lingua e dialetto consiste nel fatto che mentre il dialetto è utilizzato all'interno del gruppo di appartenenza, l'italiano serve per comunicare con tutto il paese.
Ogni popolo, piccolo o grande, vede nel proprio idioma (lingua o dialetto) il simbolo della propria esistenza in quanto collettività. È attraverso di esso che un individuo prende parte attivamente alla vita del suo gruppo sociale.
Ogni volta che una lingua muore perché più nessuno la parla, va perduta una «cultura» (sia pure orale), costruita in un arco di molti secoli. Ma la morte di una lingua, di un dialetto, può avvenire in un altro modo: ad esempio, perché la gente abbandona il territorio dove è nata; perché la scuola e la televisione diffondono una lingua diversa.
Il dialetto quindi non va eliminato, ma va usato e parlato solo quando e dove è possibile parlarlo, in quanto è uno strumento di capacità limitata e serve per comunicare con quelli che già lo conoscono. Anche in dialetto è possibile scrivere opere importanti, tutto sta a conoscerlo bene ed avere qualcosa di importante da dire.

Ricordiamo che grandi scrittori come:

  1. Poeti napoletani: Giambattista Basile Salvatore di Giacomo Antonio Curtis – in arte Totò
  2. Poeti romani: Giuseppe Gioacchino Belli Cesare Pascarella Trilussa
  3. Poeti milanesi:

Ignazio Butitta, cantastorie siciliano, esprime in questa poesia il "senso" del dialetto e il suo valore.

Lingua e Dialetto (di Ignazio Butitta)

Un populu
mittitilu a catina
spugghiatilu
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unni mancia
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.

Un populu,
diventa poviru e servu,
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca,
è ancora libero.
Toglietegli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo,
diventa povero e servo,
quando gli rubano la lingua
avuta in dote dai padri:
è perduto per sempre.

Attività

Cerchiamo e facciamo cercare alcune poesie degli su citati autori mettendo in evidenza alcuni valori di cui sono portatori.

Articoli e Risorse Correlati

La trattazione è collegata ai seguenti articoli:


Articolo pubblicato il: 29 Aprile 2020
Freccia per tornare su